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Non ho ancora imparato a circumnavigare gli ostacoli: li prendo di petto, da sempre, e a volte mi faccio male.

A PROPOSITO DI ME

Non dico “forse” per intendere “no”; non rispondo “niente” se c’è qualcosa che non va.

Mi prendo le cose a cuore. Non ho ancora imparato a circumnavigare gli ostacoli: li prendo di petto, da sempre, e a volte mi faccio male.

Ho una pelle chiara che si abbronza facilmente. Vestiti pochi, e non mi importa tanto quali mettere. Mi piacciono i gioielli orientali, lavorati con la precisione italiana. Li cerco con cura, ma non so mai se li indosserò.

C’è una certa disarmonia nei miei gesti, un certo vivere il mondo come una sedia scomoda: è in quel tanto di non appartenenza, quel po’ di non riuscito che cerco le cose che vale la pena raccontare.

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Delle città – le mie città – si nutrono le frasi che scrivo.

Sono nata a Milano quando Milano si credeva grande e bella. Noi, che nella città crescevamo, che ci nutrivamo di una certa convinzione collettiva, pensavamo che l’avremmo lasciata per ritornare: più ricchi, più liberi, più liberali dei nostri genitori.

C’era una specie di ingordigia di esperienze, mentre crescevo: fare le cose più difficili – e così sono andata a studiare a Cambridge – farne tante – e così ho vissuto in Finlandia, ho lavorato in azienda, ho imparato il marketing, il branding, la quota di mercato.

Poi qualcosa è cambiato – per la mia generazione, per me: come se il movimento si fosse fermato e anch’io potessi, infine, rimettere insieme i pezzi di quello che ero stata e di ciò che avevo fatto, e tutto mi portava a tornare a scrivere, e tutto mi portava a quella che sono ora.

Mi interessa osservare i luoghi in relazione al tempo, e come il tempo li cambia, i miei luoghi immutabili. Mi interessano le crisi, i cambiamenti, i passaggi da uno stato all’altro: dalla ricchezza alla povertà, dal disincanto alla speranza. Sono cresciuta viaggiando, non tanto per visitare i luoghi, ma per viverli: anche solo per un giorno, anche solo per un po’. Quella gioia di un’Europa senza barriere è finita con i nostri trent’anni: e adesso noi, tornati in Italia, creiamo una nuova Italia con quello che abbiamo visto, e le esperienze che abbiamo accumulato con la voracità nel passaggio fra millenni.

Non credo nella purezza: un tempo, forse, potevamo permetterci di essere puri.

Seguivamo un sentiero delineato, deciso da noi o da altri, e vivevamo la nostra vita con ordine, un grande passo dietro l’altro. A noi, oggi, è rimasto il disordine. Una moltitudine di esperienze, apparentemente scollegate, che pure ci formano e ci rendono quello che siamo. Non è più così facile raccontare la nostra storia, perché non è una linea retta, eppure ogni esperienza ci porta esattamente dove dovevamo arrivare, forse in modo più sincero, autentico e umano; perché sporcarsi è la verità, la purezza mente.

C’è una certa atmosfera malinconica, intanto, in tutto quello che scrivo. Non è un richiamo al passato, ma un osservare il presente con lo sguardo di un passato che forse non è mai esistito. Eppure è da quella distanza che osservo meglio il presente: con la sua imperfezione, i suoi scarti, il suo ritmo impreciso. Mi piace raccontare la sottile tristezza del presente, i miei personaggi sono irrisolti come lo siamo noi, oggi: incerti riguardo al futuro, determinati a fare il meglio possibile col nostro presente.

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